l’Artista

Era ancora un angolo di paradiso, Giammoro (una frazione di Pace del Mela in provincia di Messina n.d.r.), quando gli ormai prossimi alleati Inglesi tentarono di violentare una ragazza, mia madre. Era il 1943, e ad appena due anni non avevo il terrore della guerra, perché gli americani non bombardavano frutteti ed agrumeti, né le dune esistenti sulla spiaggia lambita dal mare che delimitava il golfo di Milazzo (ME), non ancora avvelenato dalle industrie che dando da mangiare ai padri di famiglia fanno morire i loro figli, vittime innocenti del “progresso”.

Fui concepito a Giautoritrattoammoro in quanto mio padre lavorava presso l’unica industria del piccolo centro, il saponificio della famiglia Vaccarino (uno dei figli dell’imprenditore fu poi un noto gallerista e critico d’arte; fu lui che un giorno mi disse che “in un quadro si deve vedere l’aria che alita leggera fra le foglie degli alberi accarezzando gli oggetti”.

Nella ditta mio padre ricopriva il ruolo di ragioniere; era un genio matematico, espertissimo di doppia contabilità, di cui fu artefice ed innovatore e della quale infine fu vittima egli stesso. A Giammoro non esistevano frutti proibiti, i terreni non erano recintati e tutti potevamo accedervi per raccogliere mele, pere, albicocche e fichi con la gioiosa approvazione dei contadini. Fu proprio quella generosa civiltà agreste che mi lasciò per tutta la vita l’impronta indelebile, un piacere immenso, l’amore e la libidine della natura, che ti accoglie e ti sazia, senza chiederti niente in cambio. Ma soprattutto un grande, incancellabile amore per la libertà.
Nasce, lì dove io nacqui, la mia anarchia, il mio rifiuto per l’amor patrio e per tutti gli altri “ideali” permeati di retorica ed ipocrisia che altro non sono che la radice della guerra. Il mio primo ricordo è un camion con un telone grigio, pieno di giovani morti in guerra “per la Patria”, un camion pieno di cadaveri. Non ho mai potuto capire perché chi uccide un uomo è punito con l’ergastolo, mentre chi spegne la vita di cento, mille o centomila esseri umani viene premiato con una medaglia al valore. Il mio senso della libertà mi induceva, fin da bambino, a rifiutare ogni imposizione, qualsiasi forma di insegnamento o educazione, rappresentati per me soprattutto dalla “scuola di Stato”.

1Ebbi la fortuna di essere amato tanto da un’insegnante molto bella, che era stata una ballerina di successo, donna di grande intelligenza e sensibilità: la Maestra Amelia La Scala. Fu il mio primo amore, perché mi diede tutto senza contropartite; mi accettò senza riserve anche nei momenti peggiori, quando urlavo e scalciavo rompendo tutto quanto mi capitasse attorno (anche il suo orologio una volta, con un pugno) nelle mie smanie di evasione da quella prigione di Stato che mi teneva lontano dai campi, dagli uccelli del cielo terso e dall’acqua limpida dei ruscelli. Anche in pieno inverno noi bimbi facevamo il bagno felici, tutti nudi, come bruchi e farfalle in quei corsi d’acqua cristallina, gelida ed incontaminata, che bevevamo avidi di vita.
Ancora oggi, quando scopro un nuovo germoglio nella mia campagna di Santa Margherita (villaggio costiero di Messina n.d.r.), ricordo la gioia di quelle passeggiate al sole primaverile, prima di rientrare in classe per ripetere a memoria spiegandola alla lavagna, la lezione della mia amata maestra. Non si chiudevano porte e finestre nella mia scuola elementare al piano terra e vi entravano solo i suoni discreti, la musica ed i colori soavi della natura, inviti allettanti ed irrinunciabili a nuove avventurose evasioni… Ma la maestra rassicurava sempre mia madre; diceva che ero terreno fertile che non doveva essere fonte di preoccupazione per il futuro. Iniziai le elementari direttamente dalla terza classe e precedentemente fu la mamma ad insegnarmi l’italiano ed anche il latino, grande e comune passione, unica lingua veramente internazionale, la lingua della liturgia, del rito e della cristianità.

(testo tratto dalla monografia dell'artista)